
Mag Verona, 19 maggio 2023, Giulia Pravato
Buonasera a tutte e tutti! Sono socia lavoratrice di MAG Mutua. Siamo qui oggi nella CASA COMUNE MAG e vi accogliamo in un luogo fisico e simbolico, un incubatore di progetti condivisi – supporto all’avvio di imprese sociali, accompagnamento al lavoro di persone con fragilità, attività di microcredito e finanza etica, luogo di formazione e di studio – uno spazio che nel corso degli anni ha ospitato numerosi incontri e ha dato vita a momenti di scambio, di confronto e di pratica politica. È anche un luogo per sua natura di relazione, dato che è stato realizzato con l’azionariato popolare diffuso.
La Mag fin dall’origine, nel 1978, ha portato avanti l’idea che il fare unito alla riflessione e al “mettere in parola” siano la via per realizzare un’economia a misura umana e dell’ambiente in cui viviamo, un’economia altra che in molti invocano come una soluzione per il futuro, ma che la Mag di Verona e la rete di Imprese Sociali collegate praticano già da ormai oltre quarant’anni.
La compagine di Mag Verona, nella quale mi ci metto anch’io, soprattutto attraverso le socie fondatrici Loredana Aldegheri e Maria Teresa Giacomazzi, ha sempre portato avanti la pratica dell’esserci in prima persona, attraverso l’autogestione, e la cura delle relazioni, riconoscendo la genealogia femminile, interagendo virtuosamente con figure maschili di qualità. Dentro e fuori la Mag è sempre stata posta una particolare attenzione al linguaggio nel lavoro quotidiano. MAG si è sempre messa in rete con i luoghi delle donne: particolarmente significative sono le relazioni con la Rete delle Città Vicine, le librerie delle donne e la Comunità Filosofica di Diotima.
Abbiamo accolto e valorizzato il desiderio di Giovanna Foglia di presentare, con il prezioso apporto dell’amica Fiorella Cagnoni, i primi due libri da lei scritti che fanno parte di una saga intitolata “Grandi Donne”: L’altro universo e Il nomadismo (Corsiero editore, Reggio Emilia 2023). Giovanna e Fiorella sono creatrici e fondatrici di luoghi e progetti creati dalle donne per tutte le donne: l’Alveare di Milano e di Lecce che favoriscono l’incontro, lo scambio e la relazione, luoghi di accoglienza e condivisione, di studio, divertimenti, formazione, dove poter esprimere desideri e talenti; il Trust “Nel nome della Donna” che dieci anni fa ha sostenuto la Mag di Verona, impegnata a realizzare un convegno nazionale intitolato “Beni comuni per le realtà locali e oltre” (17.5.2013), dove restituire il senso e i risultati di un importante lavoro di ricerca sulle imprese sociali come bene comune, ispirato ai criteri politici ed economici elaborati da Elinor Ostrom (1933-2012), politologa economista statunitense, premio Nobel 2009.
Ringraziamo la filosofa Chiara Zamboni che ora prenderà la parola. La nostra relazione con Lei e con la Comunità filosofica di Diotima prosegue da anni.
𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐙𝐚𝐦𝐛𝐨𝐧𝐢
Mi concentro sul primo libro intitolato L’altro universo, in particolare sugli inizi del primo libro, dove viene raccontata un’esperienza forte, che sarà filo conduttore anche del secondo libro. Sul nucleo sorgivo del primo libro vedo tre piani intrecciati e collegati tra loro: un primo piano è la scoperta della politica delle donne a Milano a metà degli anni Settanta; un secondo piano è la sperimentazione di un legame erotico e d’amore con le donne; il terzo è che il mondo non è solo quello che condividiamo nella realtà, ma è anche un’altra realtà invisibile, più autentica, che porta uno slancio vitale, se ci poniamo in sintonia con la vita.
L’inizio è collocato a Milano negli anni ’70 ed è il racconto di un periodo cruciale, tra il ‘76 e il ’77, quando Giovanna aveva vent’anni. Certe letture vedono quel periodo solo come anni di terrorismo, violenza di piazza, l’assassinio di Moro, cancellando la grande festa, l’allegria del femminismo. Anche molti uomini furono presi da quella trasformazione in atto. Erano sperimentazioni soggettive e collettive. Era un tempo in cui sembrava che tutto fosse possibile, di grande avventura e slancio trasformativo che si è concluso solo apparentemente. La sperimentazione politica esistenziale che donne e anche uomini hanno vissuto in quel periodo in realtà continua a irraggiare, nelle forme dei diversi femminismi. Una rivoluzione di donne è stata ed è un evento infinito, continua a irraggiare e testi come quello di Giovanna ne sono una dimostrazione perché lei la rimette in movimento tra noi e mostra che quella presenza vitale riprende vita, raccontandola. Ho una concezione del tempo per cui momenti come questi, vissuti nel passato, hanno una intensità che si inabissa e poi riappare, viene ripresa quando noi la rimettiamo in gioco. Il Trust “Nel nome della donna” è come una messa al mondo di nuovo di quella rivoluzione. Anche nella storia della Mag, che inizia negli anni Sessanta con Giambattista Rossi che ha investito sull’associazionismo a Verona e Loredana e Maria Teresa poi lo hanno ripreso e rigiocato secondo il loro desiderio, c’è una continuità molto forte. Quell’esperienza continua a irradiare qui alla Mag, prende forme diverse che non sono la ripetizione di allora.
All’inizio del primo libro Giovanna racconta di una esperienza di sconnessione per la quale involontariamente le capita di uscire dal proprio corpo e di vederlo dall’esterno. Questo tipo di esperienza non è vissuta da lei con paura perché non solo vede il proprio corpo, ma anche ha la visione d’insieme del mondo e delle cose e questa visione è pacificante, serena, di beatitudine.
Visione in cui lei avverte tra sé e l’universo una sintonia. Un sé espanso in sintonia con il mondo. Questo tipo di esperienza (ne parlano nei suoi libri Carlos Castaneda, e anche Gregory Bateson in Dove esitano gli angeli) negli anni Settanta era molto sentita, se ne parlava molto, circolava. Questo per dire che era un periodo in cui si era più disponibili ad accogliere esperienze di questo tipo. Giovanna ha avuto difficoltà a raccontare questa sua esperienza, che ha trasformato radicalmente la sua vita. Ne parla come “visione inconscia” (mi è piaciuta molto questa espressione) che poi per tutta la vita le ha fatto comprendere quando un gesto era impreciso e fuori luogo, perché la misura della precisione di un gesto lei l’aveva in quel tipo di visione armonica che aveva avuto e sentiva quando il gesto si allontanava da questa armonia.
Questa esperienza viene accostata a quella delle mistiche – religiose, a cominciare dallo psichiatra che la mamma le consiglia di consultare e che, dopo averla ascoltata, pensa che lei abbia avuto un’esperienza simile a quella delle mistiche della storia. Lui stesso quindi riconduce questo tipo di esperienza alla storia delle donne. Questo è il primo passaggio: la riconduzione di quelle visioni all’esperienza femminile. Però Giovanna sente che le religioni toccano a loro modo questo tipo di esperienze e si mette in contatto con aree della religione cattolica, ma lì non trova attenzione e poi con aree buddiste, induiste, con maestre spirituali. Le parole della maestra spirituale che incontra sono molto interessanti perché questa invita Giovanna a seguire una “via obliqua”, indiretta, la invita, per orientarsi, ad avere un rapporto indiretto con queste esperienze, seguendo una serie di pratiche rituali come l’orazione. Riemerge una grande questione della mistica femminile: Margherita Porete dice che racconta queste cose, sapendo che non la possono capire, può capire solo chi ha avuto questo tipo di esperienza, però lei le racconta lo stesso. Occorrono delle pratiche orientate al lontano/vicino per fare esperienza di Dio. Le pratiche permettono un orientamento. Solo alcune hanno esperienze dirette dell’invisibile. Nelle parole della sua maestra c’è il gioco reciproco tra questa esperienza di immediatezza dell’altra realtà, messa in gioco con delle pratiche che ci permettono di alludervi senza parteciparvi direttamente. Questo gioco reciproco tra esperienza spirituale e pratiche rituali che ci permettono di alludere, di andare verso, – credo che sia il punto in cui le religioni nelle diverse forme trovano la loro grandezza.
La domanda che vorrei fare a questo punto a Giovanna è la seguente: questo tipo di esperienza ha guidato anche successivamente la tua vita?
Parlo ora degli altri due piani: l’apprendimento dei rapporti d’amore tra donne e la politica del movimento femminista.
Tra questi due piani, tra eros – amore tra donne e politica delle donne, non c’è una forte cesura, ma uno scambio, una porosità, non sono piani totalmente distinguibili.
Giovanna racconta di via Col di lana, uno dei luoghi sacri del femminismo milanese, descrive lo spazio.
Di solito la narrazione riguarda i contenuti del femminismo, non mostra come erano i luoghi in cui le donne si incontravano. Nelle riunioni in via Col di lana alcune parlavano, altre ascoltavano, ma l’ascolto era partecipato, estatico. Tutte venivano in gran parte dalla politica dove gli uomini organizzano tantissimo, perciò c’era un rifiuto generale dell’organizzazione maschile della politica. Per sapere che cosa succedeva, bisognava entrare in relazione, altrimenti restavi senza informazioni, stavi al di fuori.
L’entusiasmo era palpabile, quell’accadere infinito, quella dimensione infinita dell’accadere. Tutto questo era incrociato con la circolazione di erotismo femminile. Giovanna parla di sé come di una che partecipa a lato di questo flusso, ma ne viene molto catturata e tante sono le storie d’amore sue e di altre che nascono in quegli incontri perché la politica delle donne non è mai nettamente distinguibile e, dico per me, per questo alcuni incontri sono così speciali: senti che ci sono i corpi, ci si gioca nell’ordine del sensibile – sensuale, c’è un sentirsi reciproco. Lo sguardo è molto presente: l’eros passa attraverso lo sguardo, lega, slega e crea movimento. Anche vestirsi in un certo modo non è senza significato. Ognuna porta di sé qualcosa e si crea una dimensione di pensare in presenza, c’è allegria, vitalità, qualcosa di vivente, c’è iniziazione alla politica delle donne, al legame tra donne.
Poi Giovanna racconta di viaggi con amiche conosciute nelle riunioni dove si dorme insieme in grandi letti.
Un’amica, Anna Biffoli di Firenze, con l’espressione “i letti del socialismo” collegava la politica all’erotismo.
Mi è dispiaciuto che il movimento lesbico abbia fatto netta distinzione tra amore eterosessuale e amore lesbico perché l’erotismo tra donne va molto al di là di questa distinzione, per cui l’erotismo è elemento portante della politica delle donne, è eccedente ed è un vero tessuto vivente di amicizie e relazioni politiche tra donne. Il nomadismo compare nel libro come una idea politica che Giovanna persegue, utopia politica del popolo nomade delle donne, un trovarsi tra donne fuori dal lavoro. La proposta di un movimento femminista nomade non è una metafora, si tratta di mettersi alla lettera in viaggio, in movimento, creando rapporti di scambio con altre donne, viaggiando e aggregando, creando la qualità del mondo delle donne. Nel viaggio si cerca e si crea quella dimensione politica che non si può vedere in anticipo. Sono popolo nomade anche gli Ebrei alla ricerca della propria terra. Rosi Braidotti scrive un libro sul nomadismo (Soggetto nomade); Angela Putino in Amiche mie isteriche lavora sul popolo nomade in contrasto con le radici materne. Giovanna, invece, tiene insieme radici materne e movimento.
Nel secondo libro, racconta del viaggio nell’America del Nord poi del Sud, coinvolge altre, fa degli scambi. Tutto il secondo libro è un libro di viaggio che infonde coraggio e forza a ogni donna per seguire i propri desideri.
Pongo questa domanda a Giovanna: questa esperienza di partecipazione armonica dell’universo in che cosa ti ha guidato in altri passaggi della tua vita e in che modo è stata una misura per la tua vita? La seconda domanda riguarda la proposta del nomadismo.
( il titolo è una frase presa dal contributo di Chiara Zamboni)






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