Marisa Forcina, Casa delle Donne di Lecce, 19 giugno 2023

Due volumi quelli di Giovanna Foglia che si leggono con gusto perché la scrittura scorre veloce e avvincente e piacevolissima, ma che si possono leggere, oltre che come un coinvolgente racconto di avventure e di libertà, anche utilizzando il paradigma della differenza sessuale.

Utilizzando la differenza sessuale come paradigma e non come identità capiamo che ci troviamo di fronte non a un contenitore da cui sgorgano una serie di atti e scelte connotate come femminili o “di genere”, ma comprendiamo con quale assunzione di forme, con quale complesso di declinazioni e di coniugazioni, ossia con quali tempi e modi e insieme a chi, la differenza sessuale si è resa manifesta con una serie di gesti di sottrazione rispetto alle categorie sociali imperanti. Ne vien fuori la narrazione della forma fondamentale della vita di una donna che ha creduto fortemente nel proprio desiderio, nelle proprie capacità e in quelle delle altre donne e con rigore e impegno ha praticato le strade per la propria realizzazione. Una realizzazione personale e di comunità orientata verso un mondo migliore e più autentico, una sorta di utopia politica, ma dove l’utopia non è mai prescrittiva, perché invece percorre il racconto come una sorta di energia, che è il tema che ha strutturato la vita dell’autrice e di questi volumi: un tema che si declina in una narrazione singolare e non identitaria.

Il paradigma della differenza ci permette, con questo racconto di vita, di capire meglio l’insieme di esempi di effettiva prassi di libertà che comprendono espressioni e scelte per una politica soggettiva e collettiva di libertà.

Ma che cosa intendiamo quando parliamo di libertà?

Se fosse soltanto la capacità di muoversi, di fare e di costruire sarebbe ancora una libertà simile a quella del liberalismo. Questa narrazione invece ci mostra una libertà più radicale e che supera persino quella indicata da Marx come libertà dal bisogno economico. Qui la prima e più radicale libertà è quella dal patriarcato e dal suo ordine simbolico. La prima libertà è la libertà di ridere di tale ordine simbolico.

È quasi un incipit. Lo stesso che incontriamo all’origine della filosofia e della tradizione ebraico cristiana, con la servetta di Tracia che ride del filosofo che guardando le stelle cade nel fosso e con Sara che ride dell’onnipotente che annuncia ad Abramo che avrà un figlio. Il riso è così sovversivo che persino l’onnipotente avvertirà la necessità di trovare un accordo, e lo indicherà con il nome Isacco (che vuol dire risata), un nome destinato a essere segno della nuova alleanza tra il divino e l’umano. 

Giovanna ride alla rassegna di film di registe donne e lì incontra il riso di altre donne.

È l’avvio del riconoscimento della differenza sessuale e della necessità di confrontarsi con le altre donne: imparare nuove coniugazioni.

Anche lo «scherzo» che farà al padre, portando al Monte dei pegni alcuni anelli e pellicce di famiglia e intestando la cedola per il ritiro a nome di lui, non è furto o esproprio proletario, ma presa in giro esilarante che muoverà al riso la sorella e anche la madre facendo imbestialire il padre. Come Sara e come la servetta di Tracia, il pensiero della differenza sessuale sa prendersi la libertà di ridere, che è la prima forma per scoronare quell’ordine simbolico patriarcale che non aveva ammesso differenza alcuna al proprio interno, ma soltanto il privilegio e il potere di un unico principio maschile.

Il riso, dunque, come prima rivoluzione e prima libertà nel paradigma del pensiero della differenza sessuale.

Nelle prime pagine la storia accenna a un’infanzia spesso sconsolata di una bambina bisognosa d’affetto in una famiglia in cui la presenza fisica era considerata l’ultima delle necessità, ma che cresce intelligente e sicura tanto da vincere il posto al prestigiosissimo collegio Ghislieri di Pavia per frequentare ingegneria civile. L’ambiente è quello alto borghese che non tollera gli odori forti: quelli di cucina e quelli della «carne del mondo», dove tutto ciò che è natura e bisogno è trasceso.  L’orizzonte simbolico e il denaro che ha creato tale condizione sociale non appaiono nemmeno più, sono soltanto evocati da una scrivania o qualche oggetto o abito, come un semplice ma tanto più esclusivo e connotativo completo da golf. Sono elementi di una vita che appaiono nella loro compresenza, che si mostrano nella loro tensione irrisolta, e dove l’analisi di Giovanna è senza sintesi, ma proprio perciò tanto più apprezzabile nell’assenza di giudizi palesi.

E tuttavia una forte tensione morale percorre il racconto di una vita che cerca di realizzarsi nei rapporti effettivi. Non è una morale data in sovrappiù, né quella di sogno della religione, o di una nuova religione, ma una pratica semplice e quotidiana, una morale che si verifica nella prassi e dove un disincantato pragmatismo non si perde mai dietro a ideali di giustizia, ma nutre l’agire per una politica nuova che non si fa con le intenzioni e le etichette. Anzi, dove appare evidente in alcuni dialoghi che una politica formalmente proletaria può essere di fatto molto reazionaria.

In che cosa consiste allora la nuova rivoluzione che orienta il racconto? Certamente ci troviamo di fronte a una metafisica differente, secolarizzata e nuova, perché l’essere è tutto ciò che parte dalle relazioni e dai bisogni che G.  costituisce e che la costituiscono: un mondo di donne. Si tratta non di una ipotesi, ma di una pratica sovversiva e oggettiva.

E anche un forte elemento di trascendenza permane, e non è soltanto nell’utopia di o per una nuova comunità. Non i progetti, ma i fatti e le azioni si succedono con ritmo incalzante.

Al centro è lo sguardo. Il visibile è ciò che oggettivizza le situazioni e presenta la realtà. Nel racconto è l’amica della madre che permette a Giovanna di vedere incontri nascosti, trasgressioni sessuali tutto sommato accettate dalla morale borghese e scambiate per esperienze di libertà. È il mondo dell’alta borghesia che si autopresume libero e affrancato da regole, convenzioni e legami.

Nel racconto non ci sono mai sermoni o giudizi. Non è il logos che conta. Anzi, c’è una chiara sfiducia nella parola e nella riflessione. Ciò che conta è il vissuto: punto di partenza e punto di arrivo, l’immagine messa a fuoco, guardata e detta. La medesima impressione si ha nel ricordo del desiderio di volare con il parapendio e nei conseguenti tentati suicidi.

Ma il vedere non è liberante. Vedere è essere condannati alla ripetizione, a “continuare a”, e Giovanna non accetta condanne o sconfitte. C’è altro, e questo altro si può sempre realizzare. Anche a costo di dover accedere all’invisibile. E l’invisibile, che è il grado zero della visibilità (o dicibilità) diventa per Giovanna l’apertura di una dimensione altra del visibile. Le visioni o esperienze di trance accadono come rifiuto del dato oggettivato da altri e come rifiuto delle ripetizioni sclerotizzate. È come se dicesse a se stessa o all’amica che l’accompagnerà in questa prima fase: andiamocene, non voglio più sentire o vedere questi spropositi. Riprendiamoci ciò che è più proprio, la forza che è dentro di noi. Le visioni si apriranno come accesso a un’altra dimensione dove esperienza e desiderio coincidono e dove tra interno e esterno non ci può essere contraddizione. Le visioni, che accompagnano Giovanna come una sorta di iniziazione, aprono a un oltre che è oltre il vedere oggettivo e che non è un nuovo e diverso dominio sulle cose. Aprono a uno “sparpagliamento” dove ciò che è oltre e altro è riconosciuto come prossimo, vicino. È sogno e realtà che ha bisogno della sua comunità, del suo cerchio di carne, fatto di donne. È il sogno, che sin dall’inizio diventa forza di coesione, riconoscimento sempre più forte di e in un elemento originale, che però non è mai identitario. Giovanna pensa per sé non in una dimensione egoistica, ma timidamente risponde alla propria intuizione o sensazione o desiderio soggettivo. Poi cerca il consenso delle altre. Anche il desiderio di trascendenza è desiderio di un luogo del non oggettivabile, desiderio di un oltre e di altro. Lei sa che si trascende anche attraverso l’esistenza che si autoassume. Non sarà più necessario ripetere le esperienze di trance, perché una situazione di fatto è trasformata dal senso che le si attribuisce e dalle relazioni in cui nasce.

L’elemento politico prenderà il sopravvento, ma non come dato sovrastrutturale, piuttosto come elemento di coesione di vissuti, che non si ferma mai a un radicalismo di parole o a parole. Il linguaggio non potrà dire o restituire la verità dell’azione tutta racchiusa nella prassi. La verità del racconto di vita di Giovanna sarà però sempre accompagnato da un residuo di non detto, perché c’è sempre ancora qualcosa da fare e da agire. E sarà questa ulteriore apertura di senso che manterrà sempre aperta la domanda:

“𝑁𝑜𝑛 𝑐’𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑎𝑠𝑒 𝑛𝑒́ 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖 𝑣𝑖𝑐𝑖𝑛𝑖, 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑙’𝑖𝑚𝑝𝑟𝑜𝑣𝑣𝑖𝑠𝑜. 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑖𝑐𝑢𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑡𝑜𝑡𝑎𝑙𝑒: 𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑐𝑢𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑎𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒? 𝐸𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑣𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜? 𝑈𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑑𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑐𝑢𝑟𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑒 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎, 𝑙𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑞𝑢𝑖𝑙𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖 […] 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 […] 𝑓𝑢𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑔𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎, 𝑑𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑜𝑏𝑏𝑙𝑖𝑔𝑜, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑙𝑝𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜, 𝑓𝑢𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 […] 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀, 𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀? 𝑂 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜? 𝐼𝑙 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑟 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒,  𝑣𝑒𝑔𝑒𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑜 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎𝑙𝑒, 𝑑𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑜𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑒 𝑠𝑐𝑜𝑝𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎𝑛𝑧𝑎, 𝑝𝑟𝑖𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑜 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑡𝑎̀?”  (voll. 2, 𝐼𝑙 𝑁𝑜𝑚𝑎𝑑𝑖𝑠𝑚𝑜 p. 168).

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