Madia Daniela Massagli, narratrice di terre e di mari

Nasco Madia, mi chiamano Daniela, quasi a descrivere le due anime e le due direzioni che mi connotano: una orientata verso il passato, l’altra verso il futuro, nel mezzo il presente in quanto luogo del Fare.

E’ dal Fare che ha origine il processo creativo, il Fare genera il pensiero e la riflessione sul tempo che trasforma e il presente che connota.

Città natale Brindisi, città adottiva Lecce, il dualismo è un dato che si ripete.

Laureata in Filosofia, tesi di laurea in Sociologia, incuriosita dalla Psicologia, animatrice socio-culturale per divertimento, curatrice del Fare Creativo per passione, docente di Italiano e Storia.

Come si dice in gergo sono un’autodidatta, eppure, appena incontro un maestro o una maestra sono pronta a ricevere insegnamenti.

I primi manufatti risalgono al 2014, da allora il Fare si è dato come necessità dell’essere.

Il processo creativo inizia lungo la riva del mare, durante lunghe passeggiate fatte con lo sguardo rivolto verso il basso e si concretizza all’interno di una piccola “suppinna”1 dando vita ad assemblaggi polimaterici in cui il primo maestro è il mare, artefice di linee e curve, rugosità e levigatezza.

In questa fase la mia arte è nella scelta, lenta e capillare, dei materiali che il mare restituisce, per poi coniugare tra loro forme, dimensioni, spessori, colori, in un personale concetto delle proporzioni e dei significati, all’insegna del recupero e del riuso.

Lungo questo percorso la sfida è di trasformare i difetti in caratteristiche, le imperfezioni in bellezza.

L’irripetibilità dell’imperfezione è bellezza che nasce dal caso: dal regolare lavorio del mare sul pezzo di legno, dall’alterazione cromatica delle muffe sulla pietra. Tutto procede dal caos alla scrittura dell’errore. Ogni elemento recuperato, posto uno accanto all’altro, forma una SCRITTURA che attribuisce significato all’opera finita.

Mentre la perfezione standardizza e rende il mondo prevedibile, la vera bellezza è si inscrive nell’imprevedibilità dell’imperfezione che non finisce di essere detta.

Il Mare

Il vento e il mare sono gli elementi costitutivi della terra dove vivo, la penisola salentina, terra tra due mari.

Da lontano, attraverso il moto delle mareggiate, lungo la rotta di collisione con altri materiali e altre storie di altri paesi, legni, pietre, cocci di vetro migrano e portano addosso i graffi salati di un viaggio odisseo e, quando finalmente approdano, io li “scelgo” per affinità.

Sono affinità ancestrali, sono richiami che la “memoria” dell’acqua del mare trasporta e ci permette di “riconoscerci”, uniti come siamo dagli stessi segni della storia e del pensiero.

Il legno spiaggiato porta con sé gli stessi graffi che hanno inciso la pelle di Enea esule, dei Turchi invasori, dei popoli migranti. Ma hanno anche gli stessi graffi incisi sulla pelle arsa dal sole dei nostri contadini e dei pescatori.

Segni di una imperfezione che è metafora della vita e dell’esperienza umana.

Quelle imperfezioni io le vedo, le leggo, ne riconosco la scrittura caotica e incisiva che il moto del mare e il tempo generano, dando vita ad una bellezza che nasce dalle ferite.

Paesi sotto il mare 

Trovo casualmente delle tavole di legno, semplici tavole rettangolari senza carattere, eppure qualunque cosa che possa essere recuperata e trasformata merita attenzione, per questo le porto sulla mia “suppinna” e decido di nobilitarle coniugando tra loro diversi materiali. Per iniziare scelgo la cartapesta, la uso stendendola lungo tutta la superficie della tavola e le increspature, i graffi, le volute impresse sull’impasto di carta ancora fresco, diventano un grande mare profondo.  Il lavoro va avanti e man mano che prende forma, mi rimanda a “Il bar sotto il mare” di Stefano Benni, al “Castello errante di Howll” illustrato da Hayao Miyazaki.

Nascono così i “Paesi sotto il mare”, mondi sommersi che si muovono e “respirano”, avvolti dal colore del mare profondo che dà origine alla vita. Non un magmatico brodo primordiale, ma un abisso colorato che accoglie città edificate su un bestiario multiforme, su isole erranti, vive. 

Questa dimensione abissale facilmente genera angoscia e spesso proprio per superare la paura degli abissi cerchiamo di mettere argini, confini. Nei “Paesi sotto il mare” invece l’abisso costituisce un’occasione, una nuova possibilità di vita.

DONNE

La storia delle mie Veneri è molto semplice: io mi muovo lungo spiagge non battute, ricche di cumuli di pietre arenate, le vedo e quelle smettono di essere inerti concrezioni e si trasformano in sculture.

Semplice come respirare. Ma come respirare la questione è molto più articolata.

La risacca forgia sculture di pietra che evocano figure femminili simili alle veneri preistoriche, archetipi della Grande Madre, di cui anche il Salento è ambasciatore con le sue Veneri di Parabita.

Queste sculture sono figure di donne dai fianchi pronunciati, seni esuberanti e pance prominenti a volte, altre invece, sono silhouette appena accennate. In ogni caso esulano da ogni stereotipo di bellezza e di perfezione, simboleggiano una ricerca della bellezza che nasce dall’imprevedibilità dell’errore e dall’irregolarità dell’imperfezione.


 

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