14/10/24 L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE primo incontro ore 18,30 alla Casa delle Donne di Lecce ( Officine Ergot)

Alberta Crescentini e Fiorella Cagnoni parlano del capitolo II del libro di Luisa Muraro, Il saper amare la madre come senso dell’essere.

Contributo di Alberta Crescentini

Io e Fiorella abbiamo lavorato sul secondo capitolo, che si intitola Il saper amare la madre come senso dell’essere.

È stato illuminante per me leggerlo, parlarne con Fiorella, scambiare pensieri su alcune questioni e lasciarne andare altre.

Illuminante soprattutto per la domanda che poi mi è arrivata subito: Chi ha tolto a me la capacità di amare mia madre?

Passo dopo passo sono tornata indietro, nella relazione con mia madre. Ho immaginato una corda che ha permesso ora vicinanza ora distanza tra i nostri corpi, ho evidenziato nel ricordo i periodi di amore e quelli di odio e di conflitto.

Odio e conflitto specialmente a diciotto anni, quando mio padre è morto a cinquantun anni lasciando sola mia madre, che di anni ne aveva quarantasei.

Lei avrebbe voluto il controllo, su di me.

E io sono scappata, sono andata a vivere a Milano per due anni.  E poi ho continuato a viaggiare. Andare e ritornare.

Dico per inciso che soltanto molto più tardi ho riconosciuto i sensi di colpa per averla lasciata sola.

Ma il punto principale del mio cammino a ritroso è che mia madre sarebbe stata sempre lì, finché ha vissuto – a ogni ritorno dal mio girovagare: un girovagare a volte senza senso, altre per scelte importanti.

Già il titolo del capitolo aveva per una risonanza/mancanza.

Sapevo che qualcosa non mi era chiara. Non era bastato averla ringraziata per il dono della vita, non era bastata la consapevolezza di volerle star vicina fino all’ultimo nella cura, – come a recuperare le mie tante, lunghe assenze. Non eran bastati il desiderio e la speranza di farcela a vivere senza di lei, non era bastato cercar di allenare il corpo e la mente a dire ho “fatto tutto quello che potevo, quindi sono in pace.”

Era tutto molto lineare e logico ma rimaneva inevasa la domanda: “Chi ha tolto a me la capacità di amare mia madre?”

Ora posso dire che è stato l’ordine simbolico maschile in mancanza dell’ordine simbolico materno.

Ho sentito la potenza di questa certezza leggendo il libro di Luisa Muraro. Ho visto chiaramente gli obiettivi misogini del patriarcato nella cultura, nella filosofia, nella storia.

Ho ripensato a quando scendevo in piazza nei cortei e sceglievo di star dietro a uno spezzone di sole donne. Sentivo quella potenza anche se non ne avevo chiaro il pensiero.

 Ho sentito anche l’impotenza individuale, nei momenti di vita faticosi, – momenti che risalgono anche all’oggettiva difficoltà di portare il pensiero femminista in tutte le situazioni sociali e politiche, come ci diceva Luisa Boccia nel suo intervento alle Parole del Femminismo di gennaio.

Ma poi ho avuto negli ultimi anni un costante nutrimento nell’approfondimento del pensiero e della pratica della differenza.

Ho cominciato a imparare una pratica difficilissima: nutrire le mie parti fragili, partire da me, partire dal desiderio che muove le cose, curare le relazioni, confliggere senza distruggere… Tutte corrispondono anche alla mia personale ricerca interiore: essere il meglio di me, emendare i guasti, avvicinarmi alla felicità di essere me. E di sentirmi libera.

Essere se stesse e sentirsi libere viene subito dopo l’importanza d’esser state messe al mondo.

Io ho cominciato a conquistare queste due posizioni comprendendo che se non ami la madre – o chi per essa – non sei intera. Perché socialmente, economicamente, filosoficamente, eticamente, le donne devono costruirla – la strada dell’amore per la madre. La strada su cui poggiare i piedi e andare avanti.

O chi per essa, ho detto. Ce ne parleranno al prossimo incontro Luisa Rizzo e Rosamaria Lettieri, ma lo tengo sempre presente perché per me è molto importante saperlo, soprattutto nei momenti difficili – oggi che mia madre non c’è più.

È facile, andare avanti sulla strada dell’amore della madre? Non sempre. I conti con la cosiddetta autostima, con un’autodeterminazione che non trascuri però mai le relazioni, son sempre in lavorazione.

E la verità del mio sentire, la certezza del mio desiderio possono spesso essere ambigue. Non chiaramente visibili. La chiarezza del mio dire può indebolirsi, nell’incertezza di un linguaggio che non dimentichi mai l’ordine simbolico materno.

Fiorella mi ha fatto riflettere su questo punto, sulla mia… diciamo caratteristica di non andare dritta verso ciò che desidero dire.

Questo lavoro di lettura, e queste cose che ho scritto e vi dico, mi hanno fatto capire che la caratteristica non dipende soltanto dalle mie insicurezze sociali, economiche, o dalle mie non comuni scelte di vita.

Dipende anche, direi soprattutto, dall’aver appena cominciato a stare ancorata all’ordine simbolico della madre.

Ora so che voglio sentirmi intera, viva e libera. Come un tardivo ma perenne omaggio a mia madre, voglio dimostrare a me stessa di essere una donna che sta al mondo avendo preso in carica la propria liberazione e le proprie responsabilità.

Voglio imparare a stare nel mondo con questa intenzione, senza le indecisioni che mi hanno caratterizzata e che saranno anche state funzionali per arrivare fin qui ma meglio eliminarle.

Come diceva sempre a Giovanna Foglia sua mamma, la me adulta dice alla me bambina: “Libera, figlia mia libera!”

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