28/10/24 L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE secondo incontro ore 18,30 in Alveare Lecce

Alessia Caiazzo introduce il capitolo VI del libro di Luisa Muraro. 

LA DISTANZA ABISSALE

Ordine simbolico e ordine sociale non sono la stessa cosa, ma pur rimanendo separati si implicano. Attiene al primo la rappresentazione del mondo, il secondo riguarda le modalità con cui questo accade.Quando parliamo di ordine simbolico, intendiamo un insieme di rappresentazioni e pratiche che per funzionare necessitano dell’uso del linguaggio. Meglio ancora, della parola. Di una parola comune. Ma come arrivare a parole che siano rappresentative?

L’analisi è più profonda della sola definizione grammaticale, da cui comunque si parte. Nell’ordine simbolico maschile, terreno su cui progredisce il patriarcato, le differenze sono state totalmente annullate. Il lavoro teorico di Luisa Muraro auspica l’esatto contrario. Per arrivare a un agire simbolico femminile è necessario appropriarsi della lingua. E al centro della rivoluzione simbolica sta la differenza sessuale, che sarà generatrice di un nuovo sapere.

La differenza sessuale è insita nelle parole che scegliamo di usare, e dà forma alla rappresentazione, e alla lente con cui guardiamo il mondo. Soltanto attraverso di esse comprendiamo, interpretiamo e riproduciamo l’intorno.

Il simbolico maschile ha per secoli oscurato attraverso le proprie pratiche e i propri linguaggi sia la figura femminile sia il rapporto tra le donne.

Ma quando parliamo di questo non possiamo non partire dalla radice, ovvero dal rapporto madre-figlia, completamente cancellato dall’egemonia culturale patriarcale, – dove la figlia viene assimilata all’ordine maschile provando addirittura spesso sentimenti di odio e repulsione nei confronti della madre. Questo processo la rende incapace di pensare e di essere – come donna e come figlia. Per ripensarsi nel mondo la figlia ha bisogno di comprendere come si può amare la madre: un amore con funzione generativa, e riproduttiva. Soltanto da questa comprensione si arriverà a rimettersi al mondo come donne. Con pensieri di donna. Relazioni di donna. Parole di donna. Pratiche di donna.

 L’attaccamento di cui parliamo non sarà esclusivamente biologico, ma anche e conseguentemente un attaccamento alle madri che il femminismo ha definito simboliche.

“L’attaccamento femminile alla madre corrisponde a un amore non per la propria madre, ma per la sequela delle madri, ossia per quella struttura che fa di ogni bambina il frutto di un interno di un interno di un interno”.

Per arrivarci bisognerà ri-generare o immaginare da capo un nuovo ordine che ragioni sulla gratitudine nei confronti della donna che ci ha messo al mondo, dando alla figlia un autentico senso di sé.  La parola gratitudine si deve intendere come significato puro del termine, non come un sentimento che può esserci oppure no.

Ragionare in questi termini provocò in alcune un grande dolore. È molto doloroso infatti riconoscere in sé la perdita di qualsiasi sentimento di riconoscenza nei confronti della madre, prodotto della società patriarcale.

Questo allontanamento può essere meglio chiarito con l’esempio della madre intrusiva, ovvero del ruolo che la madre inconsapevolmente assume come reazione alla percezione della propria impotenza.

Cosa accade? Che tanto più intrusivo sarà l’atteggiamento materno, tanto più ben accetta sarà la mediazione dell’autorità paterna, che ne risulterà quasi più clemente e aggraziata.

È questo che Muraro definisce il circolo vizioso in cui la madre cade. Il cambiamento sta invece nel renderlo un circolo virtuoso, spezzando il ritmo della ripetizione.

Riconoscere il contributo materno alla nascita e per tutta la crescita, il portato esperienziale, la comprensione e l’utilizzo della parola da lei insegnato, fa sì che si distingua al contempo la genealogia femminile, che salta sempre più indietro negli anni, fino all’origine dell’universo. Questo ragionamento costruisce la risposta. Riconoscere la madre è l’azione che definisce la donna come sé nel mondo. Una ricostruzione che disabilita e quindi rifiuta l’ordine simbolico maschile.

A questo punto Muraro affronta pone un nodo fondamentale: “il problema di un contrasto fra bisogno infantile di approvazione e obbligo adulto dell’indipendenza di pensiero”.

La risposta è netta ma arrivarci ha comportato una ricerca lunga probabilmente gran parte della sua vita: “Io voglio la rispondenza fra il (mio) pensiero e il (mio) essere, nella quale soltanto sto bene e posso dire, in caso, io e mio”.

Per raggiungere l’autonomia bisogna assolutamente passare dall’accettazione della dipendenza. L’autonomia senza la dipendenza è potere inteso come dominio, la cui legittimazione – stante l’ordine sociale – risiede nel fallo.

C’è però una strada nuova per non cadere nell’esercizio del potere che sovrasta e annulla: è la mediazione.

Esiste un altro modo, differente dal socialmente accettato e quasi indicibile, che ha la forza di risignificare il mondo: e questo è possibile attraverso l’ordine simbolico femminile.

Non poche pensatrici, scrittrici, o donne di qualsivoglia altra professione, davanti alla difficoltà di affermazione della propria parola rispondono cercando di adeguarsi alle regole in vigore, provando senza operare fratture a esprimere con altri termini i propri pensieri e le proprie posizioni.

Secondo Muraro la direzione da prendere è un’altra, esattamente l’opposta. “Forse è la nostra automoderazioneche rende superfluo per l’ordine sociale che vi sia libertà femminile, rendendo così superfluo anche il pensiero femminile autonomo. Superflui, cioè, nulli: pensiero e libertà rispondono infatti all’ordine della necessità”.

Il distacco dall’autorità materna e dalla gratitudine corrisponde a una difficoltà effettiva di parlare per la donna, che non ha maturato lo strumento necessario per divenire ponte e rompere la distanza abissale tra quello che si vuol dire e la sua dicibilità.

Rompere l’automoderazione è nell’ordine simbolico della madre e fa emergere enormi desideri, paure, rabbie, e parole. È chiaro, e mi ripeto, che l’autorità femminile definisce quindi l’essere donna nel mondo: una donna che tenga conto di sé, tutta intera, e che sappia riconoscere e rinnovare con gratitudine la propria genealogia. Che le ha conferito forza, pensiero e parola.

Questo principio maternoèil livello più profondo di quel che sinora è stato detto.

L’esperienza femminile

Prima dell’avvento della politica delle donne la materia umana che pronunciavamo ci faceva definire “corpo selvaggio”: per uscire da questo schema c’è soltanto un modo: l’autorità materna. Che è capace di rispondere alla domanda primaria di Muraro, perché “riesce a mettere nel circolo della mediazione il nostro essere corpo insieme al nostro essere parola.”

Questo raggiungimento sarà la determinazione della libertà.

Conclusioni

Mentre cerco approfondimenti per prepararmi a questo incontro scopro con gioia che Virginia Woolf, in “Al faro”, si lascia andare, con una penna come sempre delicata e potente, al racconto del legame con sua madre, che ritroviamo nella storia di Prue.

“È mia madre – pensò Prue. Sì Minta avrebbe dovuto guardarla, e anche Paul. È la cosa stessa, sentì, come se al mondo ci fosse una sola persona così, sua madre […] E pensando che per Minta e per Paul e per Lily il fatto di vedere sua madre era un’occasione straordinaria, e per lei avere una madre così una fortuna eccezionale, sentì che non voleva diventare grande, e non sarebbe mai andata via di casa, e come una bambina disse: “Volevamo andare sulla spiaggia a guardare le onde”.

Negli occhi di Prue appaiono i ricordi e le emozioni di Virginia bambina per la propria madre: ammirazione, gratitudine, gioia: «eccola, mia madre […] era là fin dall’inizio».

Questo non è soltanto il segno dell’attaccamento infantile alla madre. C’è di più, c’è quello che Muraro chiama «un sentimento biologico della femminilità» presente in donne e uomini, in maniera differente per via del diverso rapporto che abbiamo col corpo materno. Questo “sentimento biologico” è anche un sentire “interno” e mentre l’uomo si stacca da questo punto di contatto per diventare uomo, nella donna, poiché appartiene allo stesso sesso della madre, quel punto di contatto resta permanentemente. Da ciò, il bisogno o il gusto femminile di restare presso di sé, nella fedeltà alla propria origine. Che per la donna è un’altra donna, e comincia con la madre.

In Virginia Woolf la fedeltà alla propria origine è la radice della sua scrittura e come abbiamo ben visto la parola è il primo strumento verso il mondo che la madre ci insegna e ci consegna.

Woolf scrive, in Una stanza tutta per sé: «Perché, se siamo donne, dobbiamo pensare il passato attraverso le nostre madri».

Un’affermazione che anticipa una questione centrale del pensiero femminista contemporaneo: la questione di una genealogia femminile, di una tradizione che discenda per rami femminili, e riconosca nella relazione madre-figlia la cellula propulsiva di un nuovo ordine sociale e simbolico.

Virginia Woolf, inserita in quanto figlia nella genealogia materna, è sempre rimasta in prossimità della madre e di quel nesso tra corpo e mente, tra vita e parola che ci apre le vie del simbolico. Un simbolico materno fatto appunto della mescolanza di gesti, cose, parole, e dove la parola non dice tutto ma il corpo ha bisogno di parole, ed è parlante se c’è parola. All’età di nove anni Woolf ha già il desiderio di diventare scrittrice e si cimenta nella scrittura del giornalino di famiglia, che la madre ogni sera legge prima di dormire, riportandole un giudizio. È questo per lei il momento più alto e gratificante della giornata. Bastava a renderla felice. Aveva ottenuto ciò che desiderava: l’approvazione o, se vogliamo, l’autorizzazione materna. L’amore per la madre e l’amore per la parola, che sempre Woolf ha custodito dentro di sé, sono la radice della sua scrittura. Virginia ha scelto per sé la via dell’arte ed è in quella sfera che di racconto in racconto, di romanzo in romanzo, di saggio in saggio, ha portato avanti per tutta la vita l’insegnamento materno “del legare e del fluire e del creare”.

Vi ringrazio e chiudo con una citazione da Muraro, parole che molte di noi cercano di non dimenticare mai, specialmente in occasione di conflitti. Con il nuovo ordine simbolico saremo in grado diusare – come dicono le cuoche… QB, quanto basta: “quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere”.

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