Sabato 23 novembre 2024 Giardino d’Inverno di Alveare Lecce inaugurazione della mostra itinerante Mail-art Trame di vita Trame di pace

Francesca Lamberti, Università del Salento

Presentare presso l’Alveare, quale artista dell’Atelier, la mostra di Mail art Trame di vita trame di pace, mi ha condotto a ragionare di nuovo sui temi della guerra e della pace. In un’altra sede, tempo fa, ho scritto che, se per l’antichità non esistevano strumenti per prevedere in anticipo l’esito delle guerre, e per calcolare il rapporto fra costi e benefici (anche se già Pirro aveva capito il senso di una simile operazione), le potenze moderne hanno a disposizione strumenti e modelli teorici. Nonostante modelli matematici (come la teoria dei giochi), e dimostrazioni fornite da grandi economisti e politologi, portino in modo unanime a concludere che conflitti di lunga durata sfocino in risultati disastrosi per tutte le parti in causa (anche in caso di vittoria di una di esse), l’umanità non cessa di essere teatro di guerre. E nonostante noi cittadini dell’Unione Europea ci troviamo in un territorio in cui da molto tempo è assicurata la pace, sembra che negli ultimi anni – anche in questo preteso ‘spazio di pace’ –  in quasi ogni settore della nostra vita sia cresciuto il grado di conflittualità. All’interno di molti stati dell’UE non sembra possibile condurre un’azione di governo di lungo (o almeno medio) periodo, per via delle spaccature interne e delle maggioranze estremamente risicate raggiunte dall’una o dall’altra formazione politica. Nelle grandi imprese o nelle pubbliche amministrazioni di vaste dimensioni si assiste a una competitività costante (come se si potessero realizzare profitti all’infinito). La microconflittualità è un dato di fatto a livello di enti locali (basti guardare i risultati di molte delle elezioni comunali, anche solo nel nostro Salento), di istituzioni di ogni tipo, di associazioni, dei nostri (accademici) settori di ricerca. È come se la guerra che è all’esterno dei confini UE abbia, con le sue logiche di contrapposizione di gruppi, contagiato anche gli stili di vita all’interno di quello che dovrebbe essere per sua natura un territorio in pace.

Qual è l’impatto emotivo su noi donne – soprattutto se artiste – di un sistema così fortemente connotato da conflitto, da contrapposizione? Come organizzare (e praticare) forme di ‘resistenza’? In modo sempre più intenso mi sono sentita, negli ultimi anni, ‘messa in mezzo’: il riuscire, spesso, a immedesimarmi nelle ragioni di persone che erano fra loro in contrasto, mi ha spinto in passato a cercare di realizzare forme di mediazione, col risultato di fare del male solo a me stessa. O, ancora peggio, a ingaggiare io stessa competizioni. Penso, da un po’ di tempo a questa parte, che la modalità migliore (quella che porta con sé qualche speranza di salvezza) sia quello di imboccare la ‘propria’ strada, senza far proprie battaglie di altri, senza diventare persona che ‘combatte’ qualcun altro per occuparne il posto. Conoscere sé stessi rende più facile ri-conoscere l’altra/o e trovare una forma di dialogo. Tentare di trasmettere un pezzo della propria storia, della propria esperienza. Da qui passa la strada per la cooperazione e il ‘fare’ collettivo. Se l’arte mi ha insegnato qualcosa, in questi anni, è ad apprezzare appunto l’importanza del ‘fare’ nel senso di creare qualcosa con le proprie mani. E nel mettere a disposizione sia l’esperienza che il prodotto di questo fare, nella speranza che la pratica dell’arte sia veicolo di pace.

Anni fa un sindaco prepotente di un paese di provincia aveva recintato – suscitando la protesta di privati e associazioni locali – un pezzo di terreno demaniale, prospiciente a un tratto di mare, sul quale alcuni privati avevano piantato anni prima agavi e altre piante grasse, rendendolo un giardino pubblico (il “Giardino della Memoria”). L’intervento su quel giardino, dedicato dai privati alla memoria di un gruppo di ebrei transitati in quel luogo dopo la Seconda Guerra mondiale, era stato effettuato da quella amministrazione comunale per  costruire un terminal per idrovolanti. Un gruppo di persone, fra cui la sottoscritta, una sera d’estate si è recato sul cantiere ed ha affisso sulla recinzione opere realizzate con collage e tecnica mista su cartone e su tela, e cartoline con l’arcobaleno della pace. L’ ‘attacco ad arte’ (o ‘Blitzkunst’) ha fatto parlare di sé, in alcuni articoli apparsi su giornali locali e nazionali, e la popolazione del posto è stata sensibilizzata in modo originale e pacifico, grazie a quella che è stata definita una “protesta gentile. L’idroscalo in realtà non è mai stato messo in funzione, perché la prima mareggiata ha distrutto il pontile e le edicole create a questo scopo. L’arte e la natura, per certi versi, affiancate dall’inattività di quella amministrazione locale, hanno avuto la meglio. Possiamo parlare di una forma di lotta? Forse sì, ma una lotta diretta a con-vincere, non a vincere. E intrapresa in collettivo, con un gruppetto di ‘folli’ che hanno dato tutti una mano ad appendere opere e a sensibilizzare i passanti stupiti. Ma è stato, appunto, un ‘Blitz’, senza conseguenze almeno di medio periodo. Se si riuscisse a dare continuità a forme di solidarietà, anche artistica, contro i gesti piccoli e grandi di violenza da cui siamo quotidianamente circondati, se si riuscisse a farlo in forma collettiva, e duratura, forse diventerebbe possibile spegnere almeno alcuni di quei focolai di guerra. E credo che poter portare avanti un pensiero e un ‘fare’ di questo genere possa essere una questione di genere: noi donne abbiamo esperienza e pratica millenaria verso la pace, noi abbiamo la competenza, noi gli strumenti.  

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