Sabato 23 novembre 2024 Giardino d’Inverno di Alveare Lecce inaugurazione della mostra itinerante Mail-art Trame di vita Trame di pace

Arte donne politica (per atelier delle artiste) , contributo di Marisa Forcina

Un invito alla redazione aperta di Via Dogana, che si sarebbe tenuta il 6 ottobre 2024 ha messo a fuoco la necessità di riflettere sul “fare arte”, perché l’arte, veniva scritto citando Carla Lonzi,  ha lo scopo di «arricchire il vivere insieme».  L’apertura di senso verso un nuovo e più dilatato ambito artistico che comprenderebbe persino «una frase trovata», «una serata riuscita» era accompagnato da una serie di materiali. Per primo era proposto un testo di Luisa Muraro su arte e femminismo pubblicato nel 2019 su “AlfaBeta”n.2. Il titolo carico di significati affermava: Ma l’arte non vuole stare mai da sola. Muraro iniziava criticando la formula “l’arte per l’arte”. Chiedendosi se fosse giusta si rispondeva che le sembrava di una “malsana purezza”, perché invece le pareva più sensato affermare che “l’arte non vuole stare mai da sola”. E via via scandagliando gli altri luoghi comuni: “L’arte non vuole stare al servizio di niente e di nessuno” oppure “l’utile e l’inutile non la riguarda minimamente” si ripeteva: d’accordo! Ma era d’accordo non con il coro delle ripetizioni che affermano che l’arte sia superiore, ma perché trovava più sensata la motivazione che l’arte non vuole essere da sola. Insieme, dunque! Ma a che cosa precisamente? Rispondere alla domanda che si interroga sul “che cosa è qualche cosa”  è un esercizio di filosofia, il più difficile e il più pertinente. E Muraro, maestra di filosofia, incalzava socraticamente il suo stesso discorso: “All’arte non piace nemmeno stare chiusa nei musei”, perché? La risposta le veniva dall’esperienza. “Parlo sul filo dell’esperienza vissuta”. E l’esperienza le insegnava che anche il capire l’arte non era una nuova competenza. Perché per capire è necessario fare domande e avere risposte. Dunque per capire l’arte è necessario stare vicino agli altri. “Non sarei arrivata nelle sue vicinanze senza gli altri, i loro discorsi”.  Ma non era soltanto una questione di presenze e di compagnia, perché quanto più lei stessa si avvicinava al centro delle sue domande tanto più scopriva che l’arte era in compagnia “di cose mie”. E in questo modo riconosceva che proprio le artiste e le scrittrici rispondevano meglio alle sue domande. Rispondevano più e meglio di come le rispondeva la filosofia il cui pensiero è neutro e universale e invece il pensiero di quelle donne faceva un taglio. Era, direi io, il taglio della sottrazione alle visioni universali continuamente operate dalla differenza, che apre a una nuova fecondità non ancora esaurita.

Sin qui il pensiero di Muraro, che però ci apre la porta per entrare in nuovi spazi in cui proprio l’arte e la differenza fanno giocare nuove relazioni e nuovi significati. Perché l’arte, creazione simbolica che sinteticamente immette nel mondo significati nuovi, insieme al pensiero della differenza è strumento eccellente per cambiare il simbolico dominante. Tutta una serie di sequenze si scompaginano in vecchi accostamenti con nuovi significati: quello tra arte e filosofia che fa consistere la filosofia nel fare domande per capire e non nell’assumere principi e fondamenti. Quello tra arte e politica che fa consistere la politica nello stare insieme, nel comunicare, nel dirsi e raccontarsi, nello star bene che è diverso dal benessere, ma molto simile all’essere nel bello. Perché? Perché l’arte è creazione simbolica che immette nel mondo nuove messe a fuoco con nuovi significati. Perché l’arte è azione e, come la politica ha bisogno di uno spazio pubblico dove agire. Perché l’arte è un atto politico che, come ha scritto Pina Nuzzo nell’invito a intraprendere questo percorso, chiama a mostrare e vedere con un proprio sguardo, essendo l’arte un processo creativo che porta con sé un elemento di libertà non immediatamente visibile. Perché è significativo il processo che porta alla costruzione dell’opera e per questo ha bisogno di un pubblico al quale mostrarsi. Perché è quasi più importante il processo del prodotto. Perché il processo è come la democrazia, che ha bisogno di condividere il percorso. E’ come la pace, che è tessuta come trama sull’ordito da spole visibili che vanno e vengono e scorrono in orizzontale e non tra vertici di fili. Perché il processo, come ogni processo, è un percorso che ha bisogno di arte e non di sentenze.

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