Arriva il tempo del partire non per separarsi da qualcuno ma per partire da sé, da sé stessi per darsi alla luce ed uscire dall’informe, dalla paralisi.

Il tempo del coraggio. L’inizio di un viaggio per rompere l’invisibile. Invadere il ricordo.

In questo atto è necessario riconoscere la propria parte materna, prendendosene cura, facendo i conti con la propria storia, con i luoghi delle proprie radici, traslocando da lievito in luoghi altri, in luoghi dell’attraversamento.

In questa trasformazione anche la lingua, il linguaggio che noi usiamo, subisce dei mutamenti, non è più solo la lingua della madre ereditata, quel linguaggio colloquiale, seducente, manipolativo urtante o violento ma è una lingua maternale in cui ogni parola è matrice, polisemica. Una parola pericolosa ma non violenta, rigenerativa, che nutre, accoglie, cura, mette in opera, ricerca.

Giuseppa Vincenti

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