Molto probabilmente non è significativo, però non riesco a pensare alla mia pittura senza ricordarmi bambina mentre disegnavo.

Avevo capito in poco tempo una cosa molto importante: attraverso le matite e i colori potevo impossessarmi del mondo che mi circondava e, illusoriamente, cambiarlo. E, se non potevo cambiarlo, potevo comunque creare altri mondi e rifugiarmi in essi: una via di fuga a buon mercato. Il foglio è un portale: ti dà la possibilità di fuggirvi dentro e uscire è in tuo potere.

Ma questo è parte del passato. Sono passati molti anni, sempre a disegnare, ma credo di aver capito quello che cerco da me stessa in tempi relativamente recenti. La comprensione di ciò che si vuole, del proprio lavoro, richiede molto tempo e la si può ottenere anche specchiandosi nei modelli che si amano e interrogandosi sul perché si amano.

I fumettisti, forse per primi, perché i disegni raccontano storie: Hugo Pratt e Guido Crepax, Vanna Vinci, Gipi, Battaglia.

E gli artisti storicizzati insieme a quelli scoperti recentemente: Preraffaelliti e simbolisti; Lautrec, Utamaro, Hokusai. Pizzi Cannella, Gregory Crawdson, Diane Arbus, Dina Brodsky, Masao Yamamoto, Yoshitaka Amano, Elly Smallwood, Franco Matticchio.

In tutta franchezza, all’inizio dipingevo i primi soggetti che mi venivano in mente per il solo gusto della pittura e solo in un secondo tempo, attorno ai venticinque anni, ho riconosciuto di non sapere ciò che volevo.

Ho cercato di “fare ordine”, di darmi dei punti di partenza nella mia personale ricerca: cosa mi piace? Cosa voglio dire? Come lo voglio dire?

Ci sono stati degli incontri che mi hanno fatta crescere attraverso critiche, confronti e insegnamenti. E ci sono sperimentazioni, prove fallite, e si sviluppa la capacità di accettare gli inconvenienti.

Anche relazionarsi con l’idea del proprio lavoro che per esser definito tale deve passare attraverso la vendita non è stato un passaggio immediato e fluido.

Infine comprendere che mai si deve sacrificare la libertà di espressione alla voglia di compiacere.

L’arte smette di essere tale quando si interroga troppo sul suo apparire, su quale abito indosserà, su quanto essere originale o edificante o su ciò che pensano i fruitori.

Riesce a essere vera solo quando chi vuole praticarla si isola con lei e diventa parte di un mondo unico, solitario e autentico. Un lavoro che non parte dai propri bisogni ed emozioni difficilmente trasmetterà qualcosa agli altri.

Nel mio “mondo rifugio” ho giocato inizialmente con figure fantastiche. Avevo il desiderio di portarle nella realtà e mostrarle a tutti come una preziosa scoperta, per dimostrare che ciò che si immagina, infondo, ha un suo modo speciale di esistere per il solo fatto di essere immaginato.

Un disegno troppo realistico, paradossalmente, mi allontanava dalla realtà stessa; mostrare troppo bene ciò che non vuole rivelarsi dà la sensazione di osservare figure travestite; diventa una sorta di “pornografia dell’insondabile”. Il mistero vuole restare tale, non essere spogliato e dissezionato. L’indefinitezza è ciò che rende al meglio ciò che non si conosce e che non si può definire. Solo osservato attraverso il velo che lo protegge, il mistero continua ad attrarre facendosi portatore di interrogativi. E tuttavia ciò che si nasconde è solo un’altra parte della realtà, la parte scura della luna. Bisogna essere attenti per saperlo cogliere, perché non è spettacolare, ma silenzioso e perturbante.

Tutte le cose nascondono piccoli segreti e sottili magie; capirlo arricchisce la vita dotando ogni cosa del giusto valore. Per questo sto tentando gradualmente di avvicinarmi al realismo magico, passando tuttavia dalle cose che da sempre mi attraggono: le raffigurazioni degli animali e i corpi femminili, anche “non canonici”, dei quali desidero mostrare la bellezza.

La sperimentazione e il gioco restano importanti e per questo trovo sempre divertente realizzare installazioni e dedicarmi alle live painting, ancor più stimolanti se qualcuno suona dal vivo o recita versi. La lavagna luminosa, che è il mio strumento di lavoro a teatro, mi ha suggerito nuove forme di racconto e mi ha insegnato un modo diverso di guardare la luce e di entrare in relazione con lo spazio.

La tecnica ha sempre visto il disegno in prima posizione rispetto ai colori, che però non volevano essere eccessivamente “incasellati”. Prima furono gli acrilici a “sciogliersi” sulla tela… L’acquerello è arrivato per ragioni pratiche ed è rimasto per amore: è una tecnica che si fa guidare solo in parte ed è questo che mi attrae; amo gli effetti che si creano autonomamente e amo la forza, la consistenza e il valore tattile della carta.

Il segno chiamava e chiama, ma dev’esser parte di qualcosa che dev’essere lasciato andare.

Cerco più precisione per descrivere immagini di per sé più vaghe e vorrei dissolvere ciò che appare preciso.

Segno e acqua all’inizio erano in conflitto: il segno voleva circoscrivere e rendere dettagliato quello che l’acqua voleva lasciare indefinito. Sto cercando di far fare loro la pace.

Infine, ho cercato dei colori che fossero “miei”. Quando ho iniziato a lavorare con maggior sistematicità mi sono stupita da sola: da amante dei colori caldi, mi sono scoperta a usare quelli freddi. Mi sono resa conto che il caldo doveva essere una piccola fiamma su distese verde blu. E mi sono ritrovata ad ammirare l’incontro tra siena bruciata e turchese e ad apprezzare le pause di neutro e l’effetto caldo e antico del caffè. Ma il colore è infinito e desidero provare tutto.

(dagli appunti di Daniela Cecere)

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